Diritto di Famiglia

"cosa vuoi che sia, sono ragazzate!" NO si chiama BULLISMO!!!

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Il bullismo 

Cos’è e come sconfiggerlo.Per bullismo si intendono tutte quelle azioni di sistematica prevaricazione e soprusi messe in atto da parte di un bambino/adolescente, definito “bullo” (o da parte di un gruppo), nei confronti di un altro bambino/adolescente percepito come più debole, la vittima.Secondo le definizioni date dagli studiosi del fenomeno, uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto deliberatamente da uno o più compagni.Non si fa quindi riferimento ad un singolo atto, ma a una serie di comportamenti portati avanti ripetutamente, all’interno di un gruppo, da parte di qualcuno fa o dice cose per avere potere su un’altra persona.
Il termine si riferisce al fenomeno nel suo complesso e include i comportamenti del bullo, quelli della vittima e anche di chi assiste (gli osservatori).Il bullismo nuoce alla società, allo sviluppo personale e sociale. Alimenta l’aggressività e l’ingiustizia.
Colui che agisce come “persecutore” trova piacere nel cercare di “dominare” la vittima senza mostrare alcuna compassione per la sofferenza psichica o anche fisica del “perseguitato”. La vittima, viceversa, si sente isolata ed esposta, spesso ha molta paura di riferire gli episodi di bullismo perché teme rappresaglie e vendette.La strategia migliore per combattere il bullismo, nelle scuole e al di fuori del contesto scolastico, è la prevenzione, alla base della quale c’è la promozione di un clima emotivo, sociale e culturale in grado di scoraggiare sul nascere i comportamenti di prevaricazione e prepotenza. A fortiori si dovrebbero attivare contemporaneamente sia la scuola che la famiglia affinchè tempestivamente possano porre in atto un intervento condiviso e coerente. Se poi, la situazione degenerasse, ovvero sfuggisse al controllo di chi di dovere, sarà opportuno denunciare i fatti subiti dal minore. Un caso di bullismo, sfociato poi in una causa (Trib. Genova, Sent., 15-05-2015), racconta le conseguenze civili di un’aggressione fisica perpetrata da uno studente ai danni dell’allora suo compagno di classe.
Entrambi i ragazzi, oggi maggiorenni, come tali parteciparti al processo, avevano all’epoca del fatto quindici anni. Furono convenuti al processo anche i genitori per la loro responsabilità ex art. 2048 c.c.
L’aggressione posta in essere risultò anche in sede civile dalla deposizione della teste (un’insegnante ) la quale riferì che il “bullo” ammise il fatto davanti a lei, risulta poi dalla relazione degli assistenti sociali che riportarono come il ragazzo abbia affermato di essersi “difeso” da provocazioni solo verbali e risultò dalla CTU disposta in sede penale che riporta la dichiarazione resa al pronto soccorso relativa all’aggressione subita e ne attesta la perfetta compatibilità con le lesioni riscontrate.
In tale procedimento, non ci si è limitati solo agli accertamenti medico legali necessari alla quantificazione del danno, ma è stata ampliata, visto che si tratta di minori,al fine di pervenire ad una migliore comprensione circa la personalità dei ragazzi, i rapporti tra di loro e soprattutto l’ambiente educativo al fine di meglio vagliare la responsabilità genitoriale.
Infatti, anche se il minore venne affidato alla custodia di terzi (nel caso specifico, gli insegnanti), sollevando i genitori stessi dalla colpa di vigilando (cioè non potevano controllare il figlio violento proprio perché era a scuola), ma non li sollevò da quella di colpa in educando. I genitori sono, infatti, tenuti a dimostrare, per liberarsi da responsabilità per il fatto compiuto dal figlio minore nel un momento in cui lo stesso si trovava soggetto alla vigilanza di terzi, di avere impartito al minore stesso un’educazione adeguata a prevenire comportamenti illeciti. A dirlo la Corte di Cassazione nella sentenza della Sez. III n. 1251/2000.



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